Nell'aprile del 2023 un fotografo tedesco sale su un palco a Londra per rifiutare un premio che ha appena vinto. Boris Eldagsen si è aggiudicato una categoria dei Sony World Photography Awards con un ritratto in bianco e nero di due donne, una più anziana e una più giovane, appoggiate l'una all'altra in una posa che sembra uscita da un archivio di famiglia degli anni Quaranta. L'immagine non viene da nessun archivio. Non è stata scattata. Eldagsen l'ha generata, e ha presentato il lavoro al concorso per vedere se qualcuno se ne sarebbe accorto. Nessuno se ne è accorto.
La storia fa il giro del mondo in due giorni, e da allora è diventata il modo standard di raccontare il rapporto fra intelligenza artificiale e fotografia: la macchina che si infila in un concorso e vince, il fotografo che scopre di poter essere imitato. È una storia efficace, e ha un difetto. Ha convinto un'intera categoria professionale che il problema fosse l'immagine.
Ha convinto tutti che il problema fosse l'immagine.
Eldagsen, per inciso, aveva chiesto una cosa che quasi nessuno ha raccolto: propose di chiamare quel tipo di lavoro con un altro nome, promptography, perché non aveva senso farlo competere con la fotografia. Chiedeva una separazione, non una resa. La discussione che ne è seguita ha preso la direzione opposta, e ha messo le due cose una contro l'altra. Questo libro parte da dove quella discussione si è fermata.
Perché sembrano nemicheUna paura vecchia, e una parte nuova
La paura di essere sostituiti da una macchina, per chi fa immagini, è vecchia quanto il mestiere. Quando nel 1839 il dagherrotipo viene reso pubblico, i pittori ritrattisti capiscono in poche stagioni che una parte consistente del loro lavoro sta per finire. Circola una frase attribuita al pittore Paul Delaroche, «da oggi la pittura è morta», che non ha nessuna fonte solida e che probabilmente lui non ha mai pronunciato. Sopravvive comunque, perché dice bene una cosa vera: quel panico c'è stato davvero, e non era infondato. Il ritratto dipinto su commissione, come mestiere di massa, è scomparso.
Vent'anni dopo Charles Baudelaire scrive, nel Salon del 1859, che la fotografia deve tornare al suo vero dovere, che è di essere la serva delle scienze e delle arti, ma la serva umilissima. Vale la pena rileggerla adesso, quella frase, perché la fotografia ci arriva già condannata a servire: era la nuova arrivata, quella senz'anima, buona per documentare e non per pensare. Chi oggi teme di essere ridotto a operatore di una macchina sta ereditando un'accusa che era stata rivolta a lui.
Detto questo, la simmetria non è perfetta, e sarebbe comodo fingere che lo sia. C'è qualcosa di diverso, questa volta, e conviene nominarlo con precisione invece di girarci intorno.
La fotografia ha costruito il proprio valore su una promessa implicita: quello che vedi è stato lì. Non necessariamente vero, non necessariamente onesto, ma presente. Qualcuno era in piedi in quel punto, in quel momento, e ha premuto. Su questa promessa si regge il fotogiornalismo, si regge la fotografia documentaria, si regge buona parte del motivo per cui guardiamo una fotografia diversamente da come guardiamo un disegno. L'immagine generata rompe quella promessa senza dichiararlo. Non aggiunge un linguaggio accanto agli altri: si presenta con la stessa faccia della fotografia e non ha niente dietro.
A questo si aggiunge la parte economica, di cui si parla meno volentieri ma che pesa. Interi comparti che pagavano il lavoro fotografico, le immagini di corredo, lo stock, le illustrazioni editoriali di basso costo, si stanno spostando altrove. Non è una percezione, è una fattura che non arriva più.
Da queste due cose insieme, la promessa rotta e la fattura che manca, nasce l'idea che l'intelligenza artificiale sia il nemico. È un'idea comprensibile. Ha però una conseguenza che paghiamo noi, e che vale la pena vedere prima di andare avanti: se l'IA è il nemico, allora qualunque uso ne facciamo è una forma di collaborazione con il nemico. Chi la usa per organizzare la propria ricerca si sente vagamente in colpa. Chi la usa per scrivere una candidatura non lo dice. La categoria del nemico non protegge il mestiere, lo lascia solo senza strumenti e con una cattiva coscienza.
L'equivocoAbbiamo scambiato una funzione per l'intera faccenda
Quando diciamo intelligenza artificiale, in fotografia, quasi sempre intendiamo una cosa sola: un sistema che produce immagini a partire da una descrizione scritta. Tutto il dibattito degli ultimi anni si è concentrato lì, ed è stato un dibattito necessario. I casi non mancano.
Nel marzo del 2023 l'immagine di un pontefice anziano che cammina con addosso un piumino bianco lungo fino ai piedi circola per giorni prima che qualcuno chiarisca che è stata generata. Non era un falso costruito per ingannare: era uno scherzo, e ha ingannato lo stesso, perché era plausibile e perché nessuno si è fermato a chiederselo. Nello stesso anno Amnesty International illustra un rapporto sulle proteste in Colombia con immagini generate, poi ritirate dopo le critiche: l'organizzazione sosteneva di aver voluto proteggere l'identità dei manifestanti, ma il risultato era che una denuncia di violenze reali si appoggiava a fotografie di violenze mai avvenute, indebolendo esattamente ciò che voleva sostenere.
Questi sono problemi seri e non si risolvono da soli. Riguardano la verifica, la didascalia, la responsabilità di chi pubblica, la fiducia che il pubblico concede a un'immagine. Torneremo sulla questione nella Parte XI, dove ha il suo posto.
Il punto qui è un altro, ed è una questione di proporzioni. Generare immagini è una delle cose che questi sistemi fanno, e per un fotografo che lavora a progetti è di gran lunga la meno interessante. Aver ridotto l'intera faccenda a quella funzione è un equivoco, e non un equivoco innocuo: è come se, trent'anni fa, avessimo deciso che il computer fosse il fotoritocco. Quella riduzione avrebbe fatto perdere di vista la posta elettronica, l'archivio digitale, la ricerca in rete, la contabilità, il sito, il modo stesso in cui il lavoro si sarebbe distribuito.
L'equivoco ha un costo misurabile, e lo si vede nelle conversazioni fra colleghi. Si discute con passione di cosa sia lecito mostrare, e non si discute quasi mai di come si costruisce una ricerca, come si tiene un dossier aggiornato per due anni, come si prepara un'intervista con qualcuno che non ha nessun motivo di parlarci, come si scrive una candidatura che non sembri scritta in una notte. Sono le attività dove i progetti si arenano davvero, e sono quelle su cui l'intelligenza artificiale ha qualcosa di concreto da offrire.
Senza una sola immagineDove se ne va davvero una giornata di lavoro
Proviamo a guardare come è fatta davvero una giornata di lavoro su un progetto fotografico di lungo periodo.
Si legge. Si cercano fonti, e si cerca di capire quali reggono. Si prendono appunti che poi non si ritrovano. Si scrivono email a persone che non rispondono, e se ne riscrivono di diverse a persone che forse risponderanno. Si guarda cosa è già stato fatto sullo stesso tema, per non rifarlo. Si costruisce un calendario che tiene conto di stagioni, permessi, disponibilità altrui. Si fanno i conti: quanto costa arrivarci, quante volte bisogna tornarci. Si trascrive un'intervista di due ore. Si rilegge il proprio statement e lo si trova generico, ma non si capisce dove. Si compila un modulo per un bando che chiede la stessa cosa in tre formati diversi, cinquanta parole, cento parole, una sinossi.
Poi, ogni tanto, si fotografa.
Il collo di bottiglia di un progetto quasi mai è la macchina fotografica.
La proporzione è questa, e chiunque abbia portato a termine un lavoro lungo la riconosce. Il collo di bottiglia di un progetto quasi mai è la macchina fotografica. È il tempo che se ne va in tutto il resto, e la solitudine con cui quel resto va affrontato quando si lavora da indipendenti, senza redazione, senza assistente, senza ricercatore, senza qualcuno a cui far leggere un testo prima di mandarlo.
È qui che l'intelligenza artificiale entra, e ci entra senza produrre un solo pixel. Un fotografo può usarla per mesi, su un progetto intero, senza generare mai un'immagine. Anzi, è esattamente il modo in cui consigliamo di cominciare, perché tiene separate due questioni che vanno tenute separate: cosa mostriamo al mondo, che riguarda l'etica del lavoro, e come arriviamo a mostrarlo, che riguarda il metodo.
Un esempio piccolo, per fissare l'idea. Un fotografo vuole lavorare sui vivai che riforniscono i giardini di una città. Ha l'intuizione e non ha altro. Nella versione senza aiuto, passerà due settimane a capire da dove si comincia. Nella versione con aiuto, in un pomeriggio può farsi costruire una prima mappa del settore, i tipi di attori coinvolti, chi vende a chi, dove stanno i punti di attrito, quali sono i termini tecnici che gli servono per fare domande sensate; può farsi elencare quali fonti pubbliche esistono su appalti e forniture di verde urbano; può chiedere quali progetti fotografici sono già stati fatti su temi vicini, e verificarli uno per uno; può farsi contestare l'idea da un interlocutore che ha il compito di trovarne i punti deboli.
Alla fine di quel pomeriggio non ha una fotografia. Ha qualcosa di più utile in quella fase: sa cosa non sa, e ha una lista di persone da chiamare.
Supportare, non sostituireLa differenza sta nel punto in cui si decide
La differenza fra sostituire e supportare non è una sfumatura diplomatica, ed è utile darle una definizione operativa.
Sostituire significa che la macchina produce il risultato finale al posto nostro. Il prodotto esce dal sistema e va nel mondo. Supportare significa che la macchina cambia le condizioni in cui lavoriamo, e il risultato finale continua a passare da noi. Nel primo caso il nostro giudizio è saltato. Nel secondo è stato messo nelle condizioni di esercitarsi meglio, perché ha davanti più materiale, più obiezioni, più tempo.
Questa è la ragione della metafora che attraversa tutto il libro, e che vale la pena esplicitare adesso. Per un fotografo indipendente, un sistema di intelligenza artificiale usato bene assomiglia a uno staff: un ricercatore che raccoglie e confronta fonti, un archivista che tiene in ordine ciò che abbiamo trovato, un producer che costruisce tempi e budget, un editor che mette in discussione l'impianto del progetto, un revisore che ci dice dove il testo è generico, un traduttore, un interlocutore che ha il compito preciso di non darci ragione. Sono i ruoli che nelle strutture editoriali esistono davvero, e che chi lavora da solo ha sempre dovuto svolgere per intero, male e di corsa, fra una cosa e l'altra.
Uno staff non decide al posto del direttore. Prepara il terreno perché il direttore decida meglio. E soprattutto: uno staff sbaglia, e il direttore lo sa, e per questo controlla.
La linea fra le due cose non è netta come sembra dalla definizione, e scivola facilmente. Scivola quando smettiamo di verificare quello che ci viene consegnato, perché è arrivato ordinato e ordinato somiglia a vero. Scivola quando accettiamo la prima versione di un testo perché è già discreta e riscriverla costerebbe fatica. Scivola quando ci facciamo suggerire non solo come dire una cosa, ma quale cosa dire. Il momento esatto in cui il supporto diventa sostituzione è il momento in cui deleghiamo una decisione, e le decisioni si riconoscono: sono i punti in cui qualcosa viene escluso.
La firma non si delegaPerché la responsabilità si ferma su di noi
C'è una cosa che nessuna divisione del lavoro può spostare, ed è la responsabilità.
Se una data in una didascalia è sbagliata, è la nostra didascalia. Se una fonte che abbiamo citato non dice quello che le abbiamo fatto dire, è la nostra citazione. Se una persona fotografata scopre di essere stata descritta in un modo che non riconosce, la conversazione la avremo noi, di persona, e non ci sarà nessun sistema da chiamare in causa. La responsabilità non si distribuisce lungo la catena degli strumenti: si ferma su chi firma.
Vale la pena essere precisi sul perché, perché non è una questione morale astratta ma una descrizione di come stanno le cose. Un sistema di intelligenza artificiale non ha una biografia, e la biografia è metà del motivo per cui un progetto ha un punto di vista. Non ha un rapporto con le persone che compaiono nelle immagini, e quindi non ha niente da perdere se quel rapporto si rompe. Non rischia nulla: non il proprio nome, non l'accesso a un luogo che ci ha messo un anno a concederci fiducia, non la possibilità di tornarci. Non sa cosa per noi è importante, e quando sembra saperlo sta restituendo una media di cosa è importante per molti.
Torniamo per un momento a Eldagsen sul palco di Londra. La domanda che quella storia ha lasciato in circolazione è se l'intelligenza artificiale sia amica o nemica della fotografia, ed è una domanda posta male, del tipo che produce schieramenti e nessuna pratica. La domanda utile, quella che questo libro prova a tenere aperta per trentasei capitoli, è più noiosa e serve di più: in quale punto preciso del lavoro conviene farla entrare, e fino a dove.
In sintesi
L'intelligenza artificiale non è il contrario della fotografia perché non gioca la stessa partita. Il dibattito l'ha ridotta a una sola funzione, generare immagini, e in quella riduzione è sparito tutto ciò che serve davvero a chi porta avanti un progetto.
- Due questioni separate. Cosa mostri riguarda l'etica del lavoro; come ci arrivi riguarda il metodo. Il dibattito pubblico le tiene mescolate, e per questo non produce pratica.
- La promessa rotta. Il valore della fotografia poggia sul fatto che qualcuno era lì. L'immagine generata rompe quella promessa senza dichiararlo, e da lì nasce l'ostilità. Ma la categoria del nemico lascia il mestiere senza strumenti.
- Fuori dallo scatto. Ricerca, fonti, corrispondenza, calendari, budget, trascrizioni, scrittura, candidature: è lì che i progetti si arenano, ed è lì che un aiuto cambia qualcosa.
- Senza generare un pixel. Si può usarla per mesi, su un progetto intero, senza produrre mai un'immagine. È il modo consigliato di cominciare.
- Lo staff, non l'oracolo. Ricercatore, archivista, producer, editor, revisore, interlocutore critico: i ruoli che in una redazione esistono e che l'indipendente ha sempre svolto da solo, di corsa.
- Il supporto diventa sostituzione nel punto in cui deleghiamo una decisione. Le decisioni si riconoscono: sono i punti in cui qualcosa viene escluso.
- La firma non si delega. Nessuna divisione del lavoro sposta la responsabilità. Il sistema non ha biografia, non ha rapporti da perdere, non rischia niente.
- Automatizzare il processo, non il giudizio.
Tre cose, da cominciare questa settimana
Nessuna richiede di generare un'immagine, e nessuna richiede di scegliere uno strumento. Servono a capire dove il tuo processo perde tempo, che è l'unica informazione da cui partire.
Segna quante ore sono andate in ricerca, organizzazione, corrispondenza e scrittura, e quante in fotografia. Non stimarle a memoria: guarda il calendario, la posta inviata, i file salvati. Quasi tutti si sorprendono, e la sorpresa è il punto di partenza del libro.
Una riga, su un foglio che rileggerai. Qualcosa come: nessuna informazione entra nel progetto senza che io abbia visto la fonte. Serve averla scritta prima, perché nel momento in cui una risposta ti piacerà sarà tardi per formularla.
Nel tuo modo di lavorare, individua i momenti in cui qualcosa entra e qualcos'altro resta fuori: quale immagine tieni, chi contatti, cosa dichiari. Quella lista è il perimetro che non delegherai. Tutto il resto è terreno di lavoro per i capitoli che seguono.
Non stai ancora scegliendo uno strumento. Stai capendo dove serve: la domanda giusta non è se usare l'IA, ma in quale punto del lavoro farla entrare, e fino a dove.
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