Da qualche anno ogni discussione sulla fotografia finisce nello stesso punto. Un'immagine generata da un sistema di intelligenza artificiale somiglia a una fotografia, a volte in modo indistinguibile, e chi fotografa sente il bisogno di darle un altro nome. Non è fotografia, dice, e lo dice alzando la voce.
Quella discussione però non è nata adesso. Su quanto una fotografia coincida con ciò che mostra si litiga da quando la fotografia esiste. Ci si è divisi sulle scene costruite in posa, sul ritocco, sul taglio che decide cosa resta fuori dall'inquadratura, su cosa sia lecito fare in camera oscura, e poi daccapo con il digitale e con i programmi che spostano un pixel alla volta. Ogni passaggio tecnico ha riaperto la stessa vecchia questione, e ogni volta qualcuno ha annunciato che stavolta la fotografia aveva perso la sua credibilità.
Quello che è cambiato non è la domanda. È la sua dimensione. Negli ultimi anni ha smesso di essere una discussione fra le altre e si è gonfiata fino a occupare tutto lo spazio disponibile: i convegni, i regolamenti dei premi, le didascalie, i commenti sotto qualunque immagine. Chi fotografa se la ritrova addosso anche quando vorrebbe parlare d'altro, e finisce a difendersi invece che a lavorare.
Di quella discussione, qui, non ci occuperemo. Non perché sia poco importante, ma perché è già affollata di voci più competenti delle nostre, e perché non è la domanda di questo libro. Che siano due cose diverse lo diamo per acquisito. Presa quella per buona, andiamo da un'altra parte.
La domanda è questa: come può l'intelligenza artificiale aiutare un fotografo a fare il suo lavoro, invece di provare a farlo al posto suo. Detta così suona come una promessa vaga, di quelle che si leggono ovunque. Diventa concreta appena si guarda com'è fatta davvero una giornata di lavoro.
Prova a ricostruire le tue ultime due settimane. Si legge, si cerca, si scrive a persone che non rispondono, si aspetta un permesso, si trascrive un'intervista, si compila un modulo per un bando, si riordina una cartella, si prepara un preventivo. E ogni tanto, in mezzo a tutto questo, si fotografa. Il tempo che passi davvero con la macchina in mano è una frazione piccola di quello che serve per portare a casa un lavoro. Il resto è preparazione, e la preparazione è la parte che nessuno racconta.
In una redazione quel resto non lo fa una persona sola. C'è chi ha l'idea, chi telefona, chi trova i documenti, chi controlla le date, chi taglia il testo, chi si accorge che manca un'autorizzazione. Il nome in fondo all'articolo è uno, le mani sono state otto. Un fotografo indipendente fa tutto questo da solo, di seguito, la sera, e ogni operazione ruba attenzione a quella dopo. Non è una questione di bravura: è una questione di quante cose diverse una persona sola può tenere insieme.
Quello di cui parleremo sono le logiche che permettono di avere accanto un piccolo staff. Un ricercatore che apre il campo, un archivista che tiene in ordine, un producer che si occupa dei permessi e delle date, un editor che taglia, un revisore che non riscrive, e soprattutto qualcuno che ha il compito preciso di non darti ragione. Nessuno di questi ruoli decide al posto tuo. Preparano il terreno perché tu decida meglio.
Perché non troverai strumenti
Non lo faremo mostrandoti strumenti, e nemmeno sistemi segreti o raccolte di formule pronte. Conviene dire subito perché, perché è la decisione che ha dato forma a tutto il resto del libro.
Qualunque cosa scrivessimo su uno strumento sarebbe vecchia mentre la scriviamo. Non fra tre anni: mentre la scriviamo. E non è un modo di dire, è già successo a chi ci ha provato.
Nel 2022 scrivere le richieste giuste sembrava una competenza destinata a diventare un mestiere. Si parlava di prompt engineer come di una professione nuova, con i suoi manuali e i suoi corsi, e chi arrivava per primo pensava di essersi assicurato un vantaggio. Nel giro di pochi mesi la direzione si è rovesciata. I sistemi hanno cominciato a capire il linguaggio naturale, cioè quello che useresti con una persona seduta davanti a te, e gli accorgimenti studiati a memoria hanno smesso di servire. Molti di quegli accorgimenti servivano a compensare difetti che oggi non esistono più.
Chi aveva comprato quelle raccolte si è ritrovato in mano istruzioni per una macchina che nel frattempo aveva cambiato comportamento. Non è colpa di chi le aveva scritte. Avevano messo per iscritto la parte più deperibile del sistema.
Per questo parleremo di logica
L'intelligenza artificiale si muove in fretta, e si muove adattandosi a noi. Ogni versione capisce un po' meglio come parliamo, e ogni volta un pezzo di competenza tecnica diventa inutile. È una buona notizia per chi lavora, ed è una pessima notizia per chi scrive libri sugli strumenti.
La parte che non si muove è un'altra, ed è il problema. Un fotografo che non trova le persone giuste ha lo stesso problema oggi e fra dieci anni. Un progetto che si ferma perché nessuno ha ricontattato dopo tre settimane si ferma per la stessa ragione oggi e fra dieci anni. Se cominci da lì, cioè dalla necessità detta in una frase, e poi ti chiedi quale ragionamento la risolverebbe anche senza nessuna tecnologia, e solo dopo scrivi quel ragionamento in passi verificabili, allora lo strumento diventa l'ultima cosa, la più facile da sostituire.
È questa la promessa del libro: quando lo strumento che usi oggi non esisterà più, quello che avrai imparato qui funzionerà ancora.
Ci sono due cose che non cambiano, e le ripeteremo abbastanza spesso da risultare noiosi. La prima: questi sistemi lavorano sulla probabilità, producono la continuazione più probabile e non quella vera, e la sicurezza del tono con cui rispondono non dice assolutamente niente sull'affidabilità di quello che dicono. La seconda: la firma non si delega. Cosa entra in un lavoro, come sono rappresentate le persone, cosa affermi come vero e quando una cosa è finita restano decisioni tue, e quando arriva la telefonata di chi contesta un dato, quella telefonata arriva a te.
Come è fatto questo libro
Trentasei capitoli, divisi in undici parti, che seguono un progetto dall'intuizione iniziale fino al sistema di lavoro che resta quando è finito. Ogni capitolo si chiude con una sintesi in punti, che è la parte da rileggere quando sarai al lavoro e non avrai voglia di ricominciare dall'inizio. Dentro il testo trovi le fonti, scelte una per una e messe nel punto in cui servono, e i ragionamenti che si capiscono meglio guardandoli sono disegnati. Alla fine di ogni capitolo c'è un riassunto di un minuto da ascoltare.
Una cosa la diciamo perché è la domanda giusta da fare a un libro come questo. L'intelligenza artificiale l'abbiamo usata anche per scriverlo, e l'abbiamo usata dove il libro stesso dice di usarla: ricerca preliminare, verifica delle affermazioni, revisione dei testi, costruzione della parte tecnica di queste pagine. Non l'abbiamo usata dove il libro dice di non usarla, cioè nelle esclusioni, nelle affermazioni di fatto non controllate e nelle pagine che parlano di responsabilità. La voce dei riassunti audio è generata; il testo che legge lo abbiamo scritto noi.
Se stai cercando un elenco di strumenti da provare stasera, questo non è il libro giusto, e ti conviene saperlo adesso. Se invece hai un progetto fermo, o ne hai finito uno e ti sei accorto che il lavoro vero era tutto intorno alle fotografie, allora comincia dal primo capitolo. Parla della differenza fra quello che mostri e come ci arrivi, che è la stessa distinzione da cui siamo partiti qui.